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sabato, 19 gennaio 2008

London Paper No. 20
Eccolo, di nuovo un anno pari.
Succede tutto il meglio negli anni con i numeri pari. Nei dispari ci sono solo le qualificazioni.
In un anno pari abbiamo vinto Lo scudetto, anche se i miei giocatori preferiti avevano sulla schiena numeri dispari però le lettere dei nomi erano pari. Io avevo un’età pari a me stesso perchè succede che negli anni pari io abbia un’età pari.
In un anno pari han fatto il quarantotto, il sessantotto… il settantasette era dispari, come i sex pistols che però erano in numero pari.
Pari sono numeri rotondi, morbidi, sensuali, quasi che ti abbracciano, non come i dispari, spigolosi e duri, difficilmente divisibili, se non dai loro pari, che poi son dispari.
Cosa ci faccio io in questo anno? Domanda idiota.
Bisogna esprimere dei propositi, cose che ci si promettono quando si è sudati. Sogni disegnati a matita che poi li puoi cancellare e usi ancora il foglio.
Un anno è un anno, nulla più, una convenzione, come il metro lineare, il verso alessandrino, la pinta di birra…
Tanto poi, a parte l’erotismo dei numeri, non cambia niente. Ci alziamo il mattino per andare in questi posti insulsi, ghiacciamo per strada, sudiamo sui treni, vediamo visi tristi, leggiamo cose banali, guardiamo la nostra squadra perdere.
Solo che, ora, i giorni passano e sono un filo di luce che rimane ogni giorno un momento in più. Adesso il mattino è una striscia di colori all’orizzonte che viene soffocata dalle nuvole basse, il pomeriggio un grigio chiaro oltre le quattro postmeridiane, oltre la folla sui ponti, oltre l’acqua marrone del fiume.
Ma la sera è ancora una notte umida che ti fa scivolare sulle pietre del selciato, una camera buia al fondo di una strada diritta, una lattina di birra presa dal frigo, un telegiornale con le previsioni del tempo, dei pensieri che non li dividi con nessuno.
Guardi fuori oltre la finestra… continua a piovere…
Poi leggi un libro, o guardi un film, e dormi, sogni, ti svegli al suono elettronico di un qualcosa e, appena questo succede, pensi che no, non ce la fai, mai più, mai più alzarsi il mattino, uscire dal letto e dare la tua faccia in pasto a tutto quello che c’è oltre le tue coperte.
Poi invece ti scuoti, docile e ammaestrato dal peso delle regole, ti prepari al meglio per presentarti al mondo con il vestito buono e capisci che non cambierai mai nulla su questa terra, che tutto continua uguale, che ci sono persone con cinque metri di stanza sopra di loro e altri che devono piegare la testa per non batterla contro il soffitto, e che poi tanto che cosa ti frega di tutto questo bordello intorno, che è come stare nell’occhio di un ciclone, tutto pare quieto perché vuoi che sia così, l’unica cosa che diventerà sempre più forte sarà la tua debolezza, e che tutto il resto vada a farsi fottere…
postato da: olut alle ore 15:51 | link | commenti (4)
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giovedì, 29 novembre 2007

EMPOLI
il ritrovo è sempre duro la domenica mattina, le buone intenzioni di non guardare troppo nuvole piovose la sera prima alla ricerca di uno spizzico di luna non sono state soddisfatte e tutti e 3 ci si ritrova assonnati  per la partenza verso una terra ricca di buon vino e di buon cibo, 360 km in cui il buon Conte ci fa da traghettatore, filosofo e musicologo sempre con ottimi risultati.
Il viaggio scorre tranquillo, nuvole minacciose ci osservano in partenza, gli squallor ci accompagnano, con un richiamo a farsi vedere giunto dalle creuze de mä il sole ci scalda per poi nascondersi nuovamente, gli piace giocare a nascondino e per tutto il giorno con movimenti aritmici danza tra le nuvole.
Il Toro accomuna, il Toro unisce, il Toro siamo noi, un oceano di passione in un mare di tifo,sempre.
Carichi e affamati incontriamo una fetta d'italia granata, molto spesso letta con piacere ma poche volte incontrata, Ale e Franz sono i due bravi ragazzi di sempre, un vinello novello ci apre lo stomaco che proviamo a riempire con un antipasto ed un primo, poi"un assaggio di cinghiale e di peposo, vi va?"  ricchezza di aromi e sensazioni riempiono ogni senso rendendoci strasazi per golosità e prima di capire, prima di volere, osserviamo un Uomo Meraviglioso in quel prato racchiuso in un catino troppo brutto per essere cosi piccolo.
soffriamo, giochiamo,sprechiamo, la fiducia non ci abbandona,mai, ma ora è tardi, ci mandano via, un caffè ristoratore, suggerimenti culinari e stanchezza ci accompagnano sulla via del ritorno, ardua e aspra salita verso la notte, in attesa della prossima.
postato da: darkschneider76 alle ore 21:22 | link | commenti (2)
categorie: viaggi, toro
lunedì, 05 novembre 2007

London Paper No.19

E’ bello guardare fuori, la parete completamente vetrata mi offre un bel pezzo di riva nord della città oltre il fiume. Una di quelle cose che prima c’è il sole che tramonta sul metallo dei grattacieli e li fa d'oro,  poi questi si accendono come alberi di natale, per tutta la notte, in una frenesia di consumo inconsapevole di energia , mica come noi che diamo da mangiare la nostra monnezza ai vermi sul tetto.
Tutto è così lontano e preciso quando lo vedi dal decimo piano, poi prendi l’ascensore e scendi di sotto.
Nella precoce notte autunnale il fiume si gonfia nella spinta della marea, cambia direzione, scorre verso monte, schiaffeggia gli argini con le onde delle barche che passano veloci, gorgoglia in neri gargarismi che ruttano contro i pilastri di pietra dei ponti con i treni.
Ti infili in questo brulicare di vite solitarie sul bankside, chine a guardare il selciato  a evitare i mendicanti che stanno distesi in questa umidità costante, appoggiati ai muschi dei muri rivolti a nord, certi hanno i piedi nudi, tutti lo sguardo vuoto.
Passi sotto le tettoie del Borough Market che ti riparano dalla pioggia fine, sotto le volte in mattoni scuri della ferrovia, nei sottopassi delle metropolitane, a transumare quotidianamente fino all’arrivo del sabato, la festa del popolo, l’orazione all’alcol, la messa delle bitter…
 
Questo fine settimana è stato addobbato da luci pirotecniche, tutta una festa, e lazzi nel cielo grigio e nero a ricordare un 5 Novembre del 1605.
Un gruppo di cattolici riempie una cantina della casa del parlamento di barili colmi di polvere da sparo per fare saltare il Re e tutto l’ambaradan che gli sta intorno, qualcuno tradisce, li prendono tutti, dal primo all’ultimo, ‘sta teppa… La loro guida, Guy Fawkes viene torturato e ucciso, bruciato su un’enorme falò, l’infame, che non si provi più a far saltare le chiappe reali…
 
Remember, remember the Fifth of November,
The Gunpowder Treason and Plot,
I know of no reason
Why Gunpowder Treason
Should ever be forgot.
Guy Fawkes, Guy Fawkes, t'was his intent
To blow up King and Parliament.
Three-score barrels of powder below
To prove old England's overthrow;
By God's providence he was catch'd
With a dark lantern and burning match.
Holloa boys, holloa boys, let the bells ring.
Holloa boys, holloa boys, God save the King!
 
Che ogni anno lo bruciano ancora e ancora, oggi e per altri mille altri anni tanto così, per promemoria, ignobili pataccari papisti, arroganti, che questo succede ad attentare la monarchia, disgraziati, spurghi d’indulgenze... un falò altissimo che lo ribruciamo così per l’esempio ai posteri.
 
 
A penny loaf to feed the Pope
A farthing o' cheese to choke him.
A pint of beer to rinse it down.
A faggot of sticks to burn him.
Burn him in a tub of tar.
Burn him like a blazing star.
Burn his body from his head.
Then we'll say ol' Pope is dead.
Hip hip hoorah!
Hip hip hoorah hoorah!
 
 
E chi non vede il falò allora ci sono i fuochi d’artificio, mica si lascia niente al caso, no no. Da Muswell Hill a Brixton, da Clapham a Victoria, e Blackheath e Ravenscourt Park. Dal venerdì al lunedì che li vedo pure dalla mia cucina mentre pulisco le zucchine. Da segnarselo sull’agenda, il culo del Re non si tocca.
E questo lunedì sera li sentiamo ancora i botti, robe da cinesi. Ma la gente l’alza no la testa stasera, questa sera sono stanchi. Tutta una settimana davanti da passare.
Anche io sono stanco… non riesco manco più a rincorrere i miei pensieri, aumento solo un po'  il passo che sta cominciando a piovere più forte…
O
postato da: olut alle ore 22:56 | link | commenti (5)
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lunedì, 15 ottobre 2007

London Paper No.18
Highgate. Domenica mattina
 
C’è il sole del riscaldamento globale fuori. Sta dietro le nuvole grigio scuro di questa tarda estate malata. Devo camminare un po’, rimettere in moto i pensieri dopo ieri sera.
La gente si stava preparando. Certi avevano preso il treno ed erano laggiù oltre il braccio di mare che separa dal resto. Tutti gli altri cercavano un posto in un qualsiasi pub. Ho fatto la coda, mezz’ora almeno. Prima volta che faccio la coda per un pub. Ho fatto code per le mostre, agli sportelli, per la partita di football, certe volte al ristorante ma a un pub mai…
Cammino sui quadrati di cemento del marciapiede, sono diventato un marciatore professionale, macino miglia, respiro al ritmo dei passi. Compro il giornale per far diventare i ricordi di ieri sera fatti di cronaca.
Passata Archway road le strade sono meravigliosamente silenziose. Solo il rumore delle mie suole di gomma che frantumano le foglie gialle e le carrozzerie delle mercedes contro il cielo autunnale.
Quanta gente c’era ieri la dentro? Tonnellate probabilmente, dovevi aspettare che usciva uno prima di entare e muoverti come in un cubo di Rubik. C’erano anche un sacco di francesi ma quando la partita è finita “Swing low, sweet chariot” ha colmato gli spazi e i cuori con la forza  dell’intima malinconia che possiedono i cori anglosassoni…
Oggi  l’Observer pubblica una lettera di scuse verso i ragazzi:
“In recent weeks we, in common with all other newspapers, may have inadvertently conveyed the impression that the England rugby team are a bunch of no-hope wasters led by a fool, governed by idiots, and have been, to a man, a disgrace to the flag. We now understand that they are, in fact, heroes, bringing hope and joy to a proud nation. God bless them.”
Del resto battere I francesi “the nation that gave us the opportunity to use the phrase –cheese-eating surrender monkeys” qui da sempre di una certa soddisfazione.
La folla si abbracciava, fuori Islington celebrava e gli occhi azzurri delle ragazze avevano lacrime che rovinavano il trucco…
Ma questa mattina c’è la quiete, nessuno ha più fretta. Le persone si guardano indietro e si sentono soddisfatte, certi salutano perché almeno per oggi, almeno per qualche ora, qui,  non ci sono più sconosciuti… Sabato prossimo sarà un’altra storia ancora.
postato da: olut alle ore 23:05 | link | commenti (2)
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lunedì, 10 settembre 2007

London Paper No.17

Il Piccolo Principe e il Tamigi tutto intorno.
Questa storia della “cool britannia” è cresciuta anche sulla mota putrida prodotta per più di un secolo da una centrale a gas a nord di Greenwich. Dopo hanno buttato giù tutto, bonificato il terreno e creato un’area immensa per piazzarci un bel simbolo.
E se qualcuno nel futuro si ricorderà di Mitterand sarà anche a causa dell biblioteca nazionale di Francia a Parigi, Blair lo ricorderemo, oltre a tutto resto che non menziono nemmeno, anche per questo enorme tendone da circo che voleva celebrare il terzo millenio. 365 metri di diametro, uno per ogni giorno dell’anno, alto nel mezzo qualcosa tipo 50 metri.
Difatti appena finito si sono chiesti che cosa ci avrebbero messo dentro.
 
L’altra sera ci hanno messo il piccolo principe, un metro e qualcosa di chitarra con attaccato un uomo, e sotto i cinquanta metri dell’apice devo dire che faceva il suo certo effetto.
Io arrivo dalla tube e percorro la strada che mi separa dal luogo dell’appuntamento con gli altri sotto una pensilina in vetro.
Poi passi il primo ingresso e ti trovi in un mondo che sembra di essere in “blade runner” solo che non piove.
La macchina infernale del Dome fa incrociare la tua via per il posto a sedere con una serie di bar, pub e ristoranti, rende l’esercizio del tuo mestiere di consumatore il più semplice possibile, tu cammini  in mezzo agli odori delle cucine tailandesi che si mischiano a quelli della birra belga e delle patatine riempite di salsa marrone nel flusso di folla che ti trasporta.
Entriamo nella sala che il principe sta iniziando, ma tanto non è mica come i concerti degli anni 70/80, qui uno stewart ti accompagna al posto, tu non hai più nulla da temere: questo non è il Vigorelli, la sotto non ci sono i Led Zeppelin e fuori non ci sono gli autonomi che vogliono entrare a botte di molotov. E' il divertimento normalizzato ragazzo.
 
Se qualcuno mi chiede com’è l’acustica di questo posto io gli rispondo che fa veramente pietà, non ho mai sentito una cosa così tremenda neanche nei miei peggiori ricordi da palazzetto dello sport.
Enormi casse dall’alto, forse pure dal basso, non lo so perché tutto si confonde in un onda che percuote le orecchie. Ci vuole un po di tempo, le orecchie si abituano. Ci abituiamo sempre a tutto, è una legge di sopravvivenza.
Lui fa più che altro pezzi vecchi, certi proprio antichi. La gente vuole questo, ha pagato un biglietto e dunque sia. Le canzoni sono quelle che sappiamo: 1999, little red corvette, alphabet street, altri che non so perché l’ultimo suo album che conosco mi pare sia lovesexy o giù di lì.
L’orchestra è una macchina rodata e pompa che neanche il TGV in Alta Piccardia. Non ha neppur senso a parlare di bravura o no. Questi sono professionisti con una tecnica eccezionale che però quando li hai finiti di sentire sono come quei vini senza corpo, senza rotondità, che non ti lasciano nessun aroma particolare in bocca. Una gioielleria perfetta in una vetrina di cristallo chiusa a chiave. Le ciliegie a gennaio che arrivano dal Sudamerica.
Stacchi musicali e movimenti sul palco così precisi che ti sembrano finti e non ti danno certo l’emozione di un triangolo di prima, tiro e goal.
 
Il piccolo principe comunque è bravissimo. Noi si sta lì si canta, si balla e si beve birra al bar appena fuori. Sono tutti in piedi. Meno male che già pensavo di doverlo vedere seduto il concerto.
Poi lui fa il suo pezzo forte che è quello di mettersi al pianoforte e riempire di arpeggi un po’ di sue canzoni acustiche, e vabbè , sappiamo che gli americani amanti della sobrietà sono rari. Così piazza enormi ed inutili arazzi di note in pezzi che sarebbero bellissimi nelle loro tre note essenziali, nelle loro pause. Anche nei loro silenzi, forse. Ma probabile che questo non è il luogo e così dopo la parentesi Listziana riprede l’arma elettrica e ci fa ripartire per i suoi mondi conosciuti.
Essì, questo è l’importate, viaggare senza scosse, velocissimi ma su vetture confortevoli, nessuna improvvisazione, è tutto scritto. Ma a noi va bene così, mica eravamo qui per farci stupire da cose sconosciute, noi eravamo qui per sentire il piccolo principe e devo dire che, non ostante tutto, è valso il prezzo del biglietto.
Per le emozioni forti vedremo poi…
postato da: olut alle ore 22:22 | link | commenti (4)
categorie: londra
lunedì, 25 giugno 2007

London Paper No.16

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E’ stato un Giugno di nuvole grasse che passavano lente, pesanti, gonfie di tutte le piogge raccolte sull’oceano. Spinte dalle raffiche di vento freddo o frenate dalle basse pressioni rantolanti nell’umidità del suolo.
Poi è arrivato il “midsummer day”, il giorno più lungo dell’anno, il solstizio d’estate e, da quel momento, le giornate hanno cominciato il loro lento rotolare per la discesa che porta alle oscurità invernali. Ma noi, mentre aspettiamo il buio, stiamo con il naso in aria e ci guardiamo queste immense masse che dal bianco sfumano al grigio, fino al nero dell’orizzonte. Stanno lì, sopra le nostre teste a girare in tondo nella giostra delle perturbazioni regalandoci violenti scrosci, a bagnare la gente che va a Glastonbury, a rendere verde l’erba di Wimbledon e far vendere ombrelli agli ombrellai.
Intanto alla televisione passano le immagini del ricordo di una guerra all’altro capo del mondo. Parecchio tempo fa, venticinque anni, Galtieri sosteneva di aver “liberato” le isole, Maggie ribadì che le Falklands erano britanniche e gli fece trovare il suo regalo di benvenuto.
La foto del soldato che cammina di spalle con la Union Jack piantata nello zaino è diventata un’icona. Lo stanno ancora cercando quel militare ma lui, semmai fosse ancora vivo, si nasconde dietro un silenzio da saggio. Non c’è mai nulla di bello da dire a proposito delle guerre, si contano solo i morti.
Così ci si siede in questo nord neppure estremo guardando il fiume marrone che si gonfia nel riflusso delle maree riportando il vomito degli ubriachi a monte delle dighe. Stiamo immobili e aspettiamo, fissando un punto lontano verso il sole che tramonta, nella vertigine delle giornate che non finiscono.
O
postato da: olut alle ore 22:36 | link | commenti
categorie: londra
martedì, 12 giugno 2007

London Paper No. 15

 

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Billy Bragg. Un esperimento di musica democratica.
 
Si riapriva la Royal Festival Hall questo fine settimana. Questo posto sta in un altro che si chiama Southbank centre che sta sulla sponda sud del tamigi pressappoco fra la Belfast e la Queen Mary ma dall’altra parte della riva.
Insomma, per celebrare l’evento ci hanno organizzato una tre giorni di concerti frizzi e lazzi, e tutto gratis, che non guasta.
Io avevo visto qualche giorno prima il nasone del Bragg nazionale alla tivù, e diceva che chiunque aveva una chitarra di portarla così si sarebbe organizzato una grande esperienza musicale “busker”, tutti a suonare insieme in una piazza come ai bei tempi.
Io la chitarra non ce l’ho ma ci vado lo stesso. Il programma è intenso. Alle sette del sabato c’è la prova, alle ottoemmezza il concerto tutti insieme.
La sala è piena di gente con lo strumento, anzi certi hanno portato l’ukulele. Ci sono bambine e vecchi e tutte le età in mezzo. Tutti accordano cambiano corde, mordono plettri o girano chiavette. Poi arriva lui insieme agli altri due del gruppo che, per questa occasione si chiama “the three busketeers”. Suona bene, tutti apprezziamo.
Comincia a spiegare come funzionerà la cosa, ha quell’accento cockney dell’Essex che la gente ha incominciato a formare quando gli abitanti dell’East End, sfollati dalla zona della città più ferita dai bombardamenti della guerra, ha raggiunto questi posti a nord-est della città.
Poi passa ad insegnare gli accordi delle canzoni che si dovranno suonare più tardi. Prima quelle con i giri più facili fino a quelle “difficili” con le settime e tutto il resto.
E così con questo metodo si fa una rassegna di musica popolare che va dai rolling stones a guantanamera. L’orchestra pare che funzioni e dopo un tre quarti d’ora ci si trasferisce nella piazza dietro per il concerto.
Sul palco-balcone c’è lui e i due altri, sotto noi. E si inizia, sul ponte a trenta metri di distanza passano continuamente i treni che arrivano e partono dalla stazione, e dunque si suona la canzone più ragionevole da farsi in questo caso.
 “Terry meets Julie, Waterloo station, every Friday night, But I am so lazy, don't want to wander, I stay at home at night”
Ti guardi attorno e vedi queste facce contente con la chitarra al collo che guardano in alto e pestano sulle corde degli strumenti.
“But I don't feel afraid,As long as I gaze on Waterloo sunset, I am in paradise”
E chi non ha lo strumento canta e batte le mani. C’è mica più il pubblico, c’è una grande orchestra che tiene un concerto, il popolo in festa…
“Terry and Julie cross over the river, Where they feel safe and sound
And they don't need no friends, As long as they gaze on Waterloo sunset, They are in paradise”
La cosa non dura molto, schiacciata com’è dalle decine di altri eventi che pretendono il posto. Così tutti si va via che è ancora chiaro con la notte che ci aspetta in qualche modo.
 
Domenica mattina. Sei ore scarse di sonno, il sole e l’umido che non ti lasciano più dormire. Bevi un actimel, un succo di frutta, una boccia di te. Mangi due banane che trovi sul tavolo, ci hanno il potassio (almeno credo). Mi preparo ed esco con il sole pesante sulla cervice e gli occhiali da sole.
Il centro è stracolmo di gente che mangia cibi casuali e beve birra o bibite zuccherate. Il primo concerto lo vedo un po da lontano chè sono arrivato neanche troppo presto. Il secondo però me lo preparo per bene e mi vado a sedere un bel po prima di fronte al palchetto. Arrivano i musici e fanno la prova dei suoni. Arriva lui, mangia una banana (allora lo sa anche lui che contiene potassio!) sono a due passi potrei dirgli “Oi Billy! Anche io questa mattina ho mangiato due banane!” ma non lo faccio. Mi limito a fotografarlo.
Alle due e trenta spaccate inizia e va via con una serie di pezzi un po suoi e un po no. Fa funzionare il concerto alla stessa maniera della sera prima, si cantano le canzoni insieme e tutte queste cose.
Poi ricorda la generazione di tutti gli emigranti dall’europa e dalla russia che vennero qui a costruire il centro nel ’51. Gente che credeva in un futuro migliore e così via, poi infatti invita un’anziana signora “testimone di quella generazione” a cantare con lui. Lei si commuove.
E’ stato bello, ora mi vive nel ricordo e il ricordo tende a rimodellare la realtà, ma questa è un’altra storia. Anche se il lunedì mattina scommetto che ce ne sono  state altre di persone che, come me, si scoprivano a canticchiare andando al lavoro
 “I dont want to change the world, Im not looking for a new England, Im just looking for another girl”.
Anzi, ne sono praticamente certo.
 
O
billy 02
postato da: olut alle ore 22:53 | link | commenti (7)
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venerdì, 01 giugno 2007

London Paper No.14

Questa città è una fucina di eventi. Qui se prendi una qualsiasi guida o apri un giornale, ci sono pagine e pagine scritte fitte che ti elencano i concerti per genere, artista, luogo. E poi decine di teatri e cinematografi e bus.
Così l’altro fine settimana ho scelto e sono andato a sentire Vinicio al Folk club.
Ho preso l’aereo, ho mangiato del sushi all’aeroporto alla faccia di Mura (spero mi capirà, ero a Gatwick mica al Tour de France) sono arrivato sotto le Alpi e mi sono appoggiato al banco bar per ascoltarlo. Non c’è altro posto per ascoltare Vinicio. Io l’avevo chiesto espressamente.
Lui si presenta vestito come me l’aspetto. E’ un classico ormai, come le scritte in bianco su nero che titolano i film di Woody Allen.
Non è solo. Con lui ci sono dei musicisti greci.
La stanza è piena di gente che sta seduta, ascolta e vorrebbe fumare come nelle storie che ti racconta. Si perché racconta, gli piace leggere, evocare riti e tradizioni. E poi personaggi uomini, donne o dei, che incontra sulla strada della vita.
E il racconto si sviluppa con lui che gioca con le parole. Gli piacciono le consonanti. Le dice con godimento, ci si sofferma sopra, ci gira intorno, te le ritma o si ferma. Una parola come “ctonio” te la puo’ far durare minuti, poi si ferma e se la riascolta mentre ancora è intorno  che si diffonde.
Anche i greci gli piacciono, si vede come se li gode sul palco, li colma di attenzioni e gentilezze. Loro hanno molte consonanti nei loro nomi.
La musica subito ti sembra troppo piena di robe. Ornata come una chiesa della controriforma. E tu pensi a Mies e al “less is more”. Poi però questi ritmi, che hanno qualcosa di strano e non sono capace di spiegare, rendono le canzoni più ondulanti, sudate, melanconiche.
Eppoi anche se non mi piacessero che cosa dovrei dire? A Vinicio si perdona tutto perché tutto quel che fa lo fa per amore. Lui ama la vita e la sua musica, che magari sono una cosa sola. Ama queste persone che gli hanno regalato sensazioni e lui sta tentando di spiegarci con questa sua musica vestita di nuovo. La Morna col bouzuki è arrivata dal suo viaggio iniziato a Capo Verde, si è bagnata nell’Egeo ed è risalita dal Po fino al Murazzo.
Lì noi ci siamo, o ci siamo stati quando si era più giovani. Lo ascoltiamo come si ascolta un poeta. Lo ascoltiamo mentre porta le maschere, il berretto di feltro nella torrida cantina (il Covo come gli piace dire) o un bicchiere di rhum scuro in mano.
Il concerto scivola via che nemmeno te ne accorgi e ti ritrovi che hanno acceso le luci e tolgono le sedie dalla sala, e tu cominci a fare uno sforzo perché vuoi ricordare tutto del concerto: i pezzi, i passaggi che ha letto che ti erano piaciuti, ma niente. Perché lo hai visto dal bar e forse è meglio andare a riposare che quando ritorni sull’isola forse qualche cosa ti può venire in mente nel meccanismo del ricordo. Ma quello piu’ avanti.
Adesso sei qui che ringrazi e uscendo senti l’odore di tutte quelle sigarette che si sono fumate solo nelle canzoni e nei libri di stasera. Dopo senti la gente che commenta intorno, vedi le foto della storia di questo posto, la gente che ci ha suonato e pensi a quelli che sono venuti a vederli. E questa sera c’eri pure tu.
Grazie Vinicio.
O
postato da: olut alle ore 09:10 | link | commenti
categorie: londra, folk club
mercoledì, 23 maggio 2007

London Paper No. 13

C’era il sole oggi a Londra. Nel primo pomeriggio su nel parco c’erano un mucchio di persone sdraiate nel prato, stavano come in spiaggia. Certi cercavano l’ombra o mangiavano gelati, leggevano libri.
C’era il sole, io ho mangiato un panino col manzo salato, cetrioli in agrodolce, mostarda e dopo mi son letto il programma non ufficiale della partita che ci aveva regalato il Guardian.
Guardavo in fondo verso il vibratore di Foster. C’erano delle nuvole di caldo.
La sera sono andato al pub. E’ il pub sotto casa, o almeno dovrebbe esserlo, insomma, un cinquecento metri (mezzo chilometro pare una distanza troppo lunga).
C’era il sole anche mentre ci andavo. Mi scaldava la schiena. Era quel sole del quasi-nord europa che ti regala quei tramonti lunghissimi che sembra non finiscano mai.
Insomma, arrivo all’ora giusta, ci sono i posti sotto alla tivù piccola, all’ingresso.
Non ho mai capito perché, ma durante tutta la stagione, pur trasmettendo le partite anche su uno schermo gigante nella stanza di dietro, tutti i frequentatori del posto son sempre stati lì sotto. Cioè, il perché lo so. C’è il banco bar di fianco, qui si tratta di pragmatismo.
Io comunque son sempre stato lì con loro. Posso mica cambiare adesso. E’ una questione che sappiamo bene, può succedere il peggio ad improvvisare prima di una finale.
C’è il sole anche quando inizia la partita. Prima ce l’hanno menata con tutti quei numeri da circo, con i bambini che si sdraiavano e facevano rettangoli e gli altri che si calavano dall’alto.
Tutte queste cose le patisco parecchio, poi, però nello stesso tempo pensavo a quanto era bello il football. C’erano tutte quelle persone nello stadio per guardare una partita, e poi altre in giro per il mondo nei posti più eccentrici che ti viene da pensare, dalla Cina ad Agordo.
Alla fine si gioca. Ma non voglio parlare della partita, anche se l’unica cosa che mi solleva è che l’hanno vinta nella maniera più italiana possibile. Due goal (il primo probabilmente con un braccio che certo di dio non era) e l’altro che vabbè. La coppa porta la faccia di Pippo (che a me ha sempre fatto pensare ai supereroi di Topolina) uno di quelli che scoreggiano sulla nobiltà del football.
Dopo tutto finisce. C’è Gerrard, lo intervistano il ragazzo. Sì perché quando lo senti parlare ha questa voce del nord che pare un adolescente. Ma la faccia è sempre quella seria, di quello che ti puoi fidare. Sperava diverso. E chi no? Guardo fuori dalla finestra. Ci sono solo le auto che passano, sono pure parecchie e fanno rumore.
La casa pubblica si comincia a svuotare. Finisco la pinta e poi vado anche io, penso.
C’è una nobile amarezza nel modo di accettare la sconfitta qui. La gente guarda incredula la faccia di berlusconi (o forse un sosia) che sta sotto la coppa insieme a quella dell’altro mangiatore di arachidi magiche.
Torno indietro verso casa e penso a che ottimo perdente io stia diventando. Posso tranquillamente dedicarmi una notte di sereno riposo. E poi ricominciare tutto. Magari miglioro ancora.
O
postato da: olut alle ore 23:57 | link | commenti (3)
categorie:
mercoledì, 18 aprile 2007

London Paper No.12

Vi ricordate le pubblicità progresso? Quelle che ti propinavano come
succedaneo dell'educazione civica che nessuno a scuola ha mai
insegnato. Quei messaggi che ti introducevano alle prime problematiche
ecologiste, a una corretta informazione. Contro il fumo, contro il
rumore, i pregiudizi, il razzismo. A favore dell'inserimento dei
giovani nel lavoro (ecco), del volontariato e della lettura. Un minimo
di educazione per le masse insomma.
Qui ci sono cose del genere, però amano i discorsi un poco più
diretti, sarà la riforma, l'isola, il vento, la pioggia. Vai a sapere.
Le problematiche sono differenti, ma ultimamente mi pare di capire che
il nodo di base di un sacco di nostri problemi sta nell'uso dell'auto
legato ad altre sostanze o oggetti non compatibili. Un po' come per i
medicinali, non puoi prendere l'aspirina nella cocacola, lo sanno
anche i neonati. O è solo una leggenda metropolitana?

C'è un gruppo di tre ragazzi al pub. Stanno seduti a un tavolo e non
volendo fare a tutti i costi gli originali, bevono birra. Parlano,
pare si divertano proprio. Quello al centro vede una tizia appoggiata
al banco, proprio di fronte a lui. Lei è bionda, capelli lisci, in età
sessualmente attiva. Lui la guarda, lei lo guarda. Lui le sorride, lei
ricambia. Lui gli fa uno sguardo come per dire "vieni che t'invito
sulla mia auto decappottabile sulla quale potremo prima sfrecciare sul
nastro d'asfalto, guardare le stelle quindi fare l'amore ascoltando
l'autoradio". Lei ammicca, pare che ha capito. Si avvia verso di lui.
Dopo due passi lo schianto. Lei giace a terra morta. Lui è al tavolo
gravemente ferito e la guarda come per dire "non dovevamo farlo,
guidare ubriachi è molto pericoloso. Di fronte a lui i boccali di
birra sono frantumati. Messaggio ricevuto. Al pub ci vado a piedi, al
massimo prendo il bus.

L'uso del cellulare è anche parecchio sconsigliato. Lo schermo è
diviso in due metà. In quella di sinistra c'è lui al volante, a destra
lei è a casa che lo attende. Lui, chissà perché, gli viene la fregola
di telefonarle "butta la pasta, scalda la minestra, friggi le patatine
che sto arrivando". "Bene", dice lei "metto pure la birra a
intiepidire che ne dici caro?"
Ma lui non risponde. E' riverso sul volante. Non berrà più birra
tiepida. Telefonare al volante è assai pericoloso. A lei non resta che
piangere in video. Si berrà la birra a telecamere spente.

Una statistica avverte che ogni giorno un adolescente è ucciso o
seriamente ferito per le strade di Londra a causa di investimenti
automobilistici (che non significa comprare azioni della Fiat).
La ragazza che esce di casa è una giovane promessa dell'atletica
britannica. Saluta e esce, attraversa il giardino, è sulla strada.
Un'auto enorme arriva e la mette sotto. Le immagini scorrono. Vediamo
il suo nome cancellarsi dagli elenchi scolastici, la sua atrezzatura
nell'armadietto della palestra volatilizzarsi, lei alla partenza dei
cento metri frantumarsi come un cristallo di boemia allo sparo dello
starter. Non morire prima di vivere, ti scrivono sotto. Gli altri
protagonisti sono tutti giovani promettenti, dal futuro centroavanti
della nazionale inglese ad un virtuoso musicista in erba.
Ne consegue che se sei un ragazzino mediocre non ti devi preoccupare,
nessuno si occupa d'investirti (o investire su di te, sarà mica un
messaggio subliminale?).
Dev'essere per questo che io sono ancora vivo.


O
postato da: olut alle ore 20:01 | link | commenti (1)
categorie: londra